mercoledì 27 marzo 2013

Scrivere una canzone: Sarà




Scrivere una canzone. Una delle cose più belle che si possano fare nella vita. Sentire il pezzo che nasce nella mente, dal nulla. Iniziare a scrivere una frase al volo, e subito scivola via tutto il testo. Poi quelle parole prendono un'anima e si comincia a canticchiarla. E rimane lì, finchè non si arriva davanti alla chitarra. E su quel ritornello arrivano degli accordi, una melodia. Poi un riff di batteria. E arriva un brivido. Questo è un post apparentemente OT(che bello! quanto tempo che non lo scrivevo! mi ricorda gli anni dei newsgroup, quando la metà dei messaggi erano OT) perchè non parla della costruzione della chitarra.. e in questo caso nemmeno la uso. Però l'emozione per questo pezzo è stata talmente forte che.. alla fine, ci sta. E' una bozza, l'ho dovuto registrare nella camera dove sto.. di sera, senza poter far rumore. Quindi anche la voce è bassa e fuori tono ma.. Mi sono divertito a pensarlo, mi sono divertito a suonarlo.. e mi piace poter provare a far passare quella emozione. 

Mettetevi comodi, chiudete gli occhi.. Sarà è il titolo, e la potrete ascoltare da qui 




lunedì 25 marzo 2013

Milano sotto la neve: il Blues

Vi è mai capitato di avere una canzone in mente? Un ritornello maledetto, che vi entra dentro e non lo si toglie più. A me capita spesso.. spessissimo. Sia di canzoni che mi piacciono sia - peggio- di pezzi che non ascolterei mai volontariamente. E poi a volte, anzi spesso, a me succede un'altra cosa. Parte in un angolo della mente una canzoncina, un loop. A volte un ritmo, a volte una parola, a volte un suono. E rimane lì nella penombra. Ma so che c'è. Poi, all'improvviso, a quel suono ne segue un altro. A quel ritmo si aggancia una parola. A quel riff si fonde un'altra ombra che avevo nella mente. E diventano tutt'uno. E una frase diventano due. Al ritornello aggancio anche il bridge o l'arrangiamento. Le parole trovano un senso. Inizio a respirare l'aria di una canzone. Soprattutto per il blues, mi succede. Mi immagino l'atmosfera, la situazione. E come fosse la scena di un film che mi appare davanti agli occhi, provo a raccontarla. 

Non c'è una formula fissa, nè un inizio o una fine. Non riesco a pilotarla, viene fuori e basta. Mi è sempre successo così. Ora, ogni volta che lavoro sulla chitarra, penso ad un blues. Lo lascio correre lungo la mente, senza controllo. Non provo ad incastrarlo dentro ad una metrica o un cluster, semplicemente è libero. Di dire, di urlare, di arrivare dove vuole. E poi lo tengo stretto, finchè non lo fisso su un foglio.

Perchè la cosa peggiore dello scrivere una canzone, è dimenticarla. Anche questo mi succede spessissimo. Ed è una cosa che odio. Davvero. Ci rimango male per giorni e giorni, e più provo a ripensarci, meno mi viene in mente. E' un incubo, una ossessione. Ormai ho imparato a conviverci, ma non è stato sempre così. Adesso vivo con blocchetti per appunti ovunque, persino sul comodino. E' durante la notte, quando ci si sveglia, che si crea meglio. Almeno, nel mio caso. Ho scritto già diversi pezzi sognandoli arrangiati con la mia chitarra, so -spero - che un giorno riuscirò a farli davvero. 

Ancora non è arrivato il momento del mio blues perfetto, ne sono lontanissimo. Ma non è arrivato nemmeno il momento della chitarra perfetta... per cui alla fine i conti tornano.

Se c'è qualcuno che sta leggendo queste parole, e ha la passione per il Blues. Se c'è qualcuno che ha voglia di prendere delle parole, provare a sentirle.. e capire cosa può venirne fuori.. questo è il posto giusto. Se qualcuno vuole andare oltre la filosofia 2.0 dell'interazione...e per un momento, per un solo attimo condividere più di un commento..ma un pezzo di anima: questo è il posto giusto.


Ho scritto questo pezzo sotto la neve, a milano, in febbraio. Stavo andando ad un appuntamento di lavoro. 


Ci sarebbe anche la musica, ma..se ognuno ha una parola da aggiungere o un arrangiamento su cui farle volare.. 



milano sotto la neve
in un silenzio che non si può raccontare
sotto un cielo di lampioni spenti
e qualche luce che non va a dormire

c'è ombra che balla nel vento
in un waltzer che non avrà fine
in ogni notte che sembra infinita
e la luna che guarda lontana


ballo con te, mia dolce signora
ballo con te questo waltzer, di noi
ballo con te nel ritmo, per strada e poi
riportami a casa è qui.. riportami qui 

milano un altra illusione
e troppe vite da vivere insieme
non c'è giorno, notte, che basti
per sentirsi davvero contenti

milano ti prende e ti culla
e ti abbraccia con la sua magia
ma questa notte, la neve che cade
questa milano è soltanto mia  

venerdì 22 marzo 2013

Il cuore. Il Pick up






Quando accesi la chitarra per la prima volta, attaccando il pick up al filo ancora sospeso dell'amplificatore, fu una sensazione incredibile. Quando poi le aggiunsi altre corde, il ponte (bottiglia) e la meccanica, un nuovo brivido. Ma ancora era uno strumento a se stante, viveva in un limbo di suoni tutto suo. Era arrivato il momento della grande prova, della verità: era arrivato il momento di capire se quello che avevo fatto sarebbe rimasto a se stante, o sarebbe diventato uno strumento vero. 

C'era solo un modo per scoprirlo: farlo suonare insieme ad altri strumenti, su una canzone vera. Quella sarebbe stata la prova del fuoco. Dura, ma necessaria. Accordai maniacalmente ogni corda, facendo tutte le prove che le meccaniche reggessero. Presi il mio computer, un loop in 4/4 di percussioni, e la mia chitarra - vera - per un giro di accordi blues. Non erano necessari fraseggi complessi, sul blues c'è la verità: o funziona, o non funziona. Tutto il resto sarebbe stato un contorno. 

Dopo aver registrato la base, mi accorsi che la chitarra vera era leggermente scordata. Ma avevo fretta di provare, ormai avevo già fatto il giro di prova e i motori erano a pieno carico davanti al semaforo di partenza. Non avrei retto un nuovo giro per la base. Scordai la mia steel preparata. Attaccai il jack all'amplificatore ( togliendolo dalla chitarra vera.. e già da lì sentii la differenza tra il suono della mia, grezzo e sporco, e quello corposo e pieno delle vera) e mi preparai. Nei due minuti successivi avrei avuto la risposta. Feci partire la base, primi due giri a vuoto di percussione. Poi l'entrata della base. Appoggiai lo slide sulle corde, timidamente - e stupidamente, quasi lo facessi per non far sentire nemmeno me stesso.. visto che ero solo nella stanza dove vivo - sfiorai le corde per accertarmi che fosse tutto acceso e che l'elettronica funzionasse. 

Avevo puntato sulla tastiera i riferimenti (ancora non era pronta la tastiera vera.. in pratica sul bordo del legno, a matita, mi ero segnato dove più o meno potessero essere i tasti) e cominciai. Il primo riff fu abbastanza drammatico: avevo talmente paura del risultato, che non beccai nemmeno una nota. Statisticamente difficile, quasi impossibile. 

Il secondo andò un po' meglio: diminuii notevolmente il numero di note che volevo suonare, concentrandomi su quelle base. Dove volevo andare? nemmeno sapevo suonare e già pretendevo di fare il virtuoso? Poi sciogliendomi le cose andarono sempre meglio. Dovetti suonare qualche volta l'intero pezzo prima di prendere un po' di confidenza con lo strumento. E finalmente, uscito dal panico da prestazione, iniziai ad ascoltarlo. E funzionava. Diavolo, se funzionava. Quello che successe dopo fu stupendo. Venni preso da una sorta di raptus musicale, non riuscivo più a smettere di suonare. e quanto era divertente! La mia chitarra, quella che avevo costruito io.. sì, proprio lei, riusciva a stare vicino ad una chitarra vera! a seguire un ritmo! rimanere accordata! Non ci potevo credere. 

Da quel momento smisi di chiamarla "Baracchino", come la chiamavo affettuosamente. 

Ma ancora non ho trovato un altro nome. 

lunedì 18 marzo 2013

Questione di dimensioni: il plettro




Le dimensioni nella vita non sono tutto, come disse qualcuno. Quando si suona la chitarra c'è un elemento che raggiunge livelli quasi di sacralità. Il plettro. un piccolo oggetto di plastica, più leggero di una nocciolina. Eppure rappresenta il cuore di tutto. E' lui che costruisce il suono. Ogni chitarrista ne ha tanti, molti li collezionano. 

Per qualcuno la ricerca del plettro perfetto diventa una ossessione. Nella vita di ognuno sono passati per le mani migliaia di pezzi eppure.. ce ne è sempre uno speciale, quello che si tiene in tasca, nel portafolio, nel fodero della chitarra. E lo si usa in occasioni speciali, spesso da soli. Spesso ricorda una esperienza.. il primo concerto, il luogo dove lo si ha comprato, una festa o un evento.. oppure è stato regalato da qualcuno di speciale. 


Quando ho provato per la prima volta la mia chitarra, ho scelto anche il plettro con cui darle il battesimo. Ho un piccolo sacchetino in tessuto dentro il quale li conservo. Penso fosse un porta-zippo di un vecchio zaino che avevo. Quando ancora gli Zippo andavano di moda. Ho ancora il primo plettro che ho comprato, che mai - miracolosamente- ho perso. L'ho smarrito diverse volte, ma alla fine è sempre tornato. Poi ne ho uno di Steve Vai, che aveva lanciato dal palco durante un concerto. E uno dei Metallica. Lo so, è tutto molto infantile, ma sono bei ricordi. Ne ho un paio comprati in giro per il mondo, un paio che avevo suonato in occasioni particolari. E poi un sacco con forme e colori strani perchè - anche io- per un certo periodo sono precipitato nel buio del collezionismo. Non era semplice scegliere il primo, sarebbe stato quello che per sempre avrebbe rappresentato l'inizio. E non mi andava di prenderne nemmeno uno nuovo.. Troppo semplice. Nel vuotare il sacchetto mi cadde sott'occhio qualcosa che non vedevo da tempo. 

Andando in America, a Memphis, tanti e tanti fa.. davanti ai Sun Studios avevo fatto quello che si può definire l'"essere turista medio". In una macchinetta avevo schiacciato ( a caro prezzo!) una moneta da 5 cent ed era diventata una piccola medaglietta dei Sun Studios. So che è estremamente kitch, però era divertente. Mi ero anche dimenticato ( o avevo rimosso) di averlo fatto.. e non ricordavo fosse lì. Era perfetta, proprio quello che mi serviva. mai usata prima, simbolo di qualcosa che mi aveva commosso.. e soprattutto - come la mia chitarra non era una chitarra vera - quello non era un plettro vero. Provai ad usarlo sulla mia chitarra normale, il suono così metallico aveva un sapore strano. Ma nel complesso non era male. Le lavorazioni, poi, lo rendevano comodo e non scivolava dalle dita ( mio grande problema da sempre). 

Sarebbe stato perfetto. 

Il suono, quando lo provai,era come lo avevo immaginato: estremamente metallico, aggressivo.. e mi piaceva. Sicuramente - poco dopo ne presi uno in plastica normale -

venerdì 15 marzo 2013

La scelta. Il Dubbio. Il dramma. Le corde




Le corde della chitarra sono un oggetto strano. Un mondo a se stante. Solo chi ha vissuto l'esperienza di andarne a comprare una muta può capire quello che sto scrivendo. Sul mercato oggi ne esistono milioni di modelli. Di ogni dimensione, marca. Molti dei più importanti chitarristi hanno fatto corde a proprio nome. Quanto sia passione, e quanto sia marketing, non so. ma poco conta. 

Non so se oggi sul mercato ci sono più tipologie di corde di chitarra, o rubinetti per i bagni. Sembra un paragone folle, è vero. 

Mi è capitato un po' di tempo fa, quando ho messo su casa, di dover scegliere anche i rubinetti dei bagni. pensavo di entrare in un negozio, vederne qualche modello, valutare il prezzo.. comprarli, e uscire. Pensavo non sarebbe stato così complesso. Ma di tipi di rubinetti ce ne sono milioni, talmente tanti da rendere praticamente impossibile la scelta. E di ogni modello, almeno dieci versioni diverse..e la possibilità, per ognuna di esse, di essere adattato alle proprie esigente. .. E detta coì è già molto più semplice di quanto si possa immaginare. 

Quando mi sono trovato davanti allo scoglio dei rubinetti, mi è sembrato di tornare indietro nel tempo, quando andai per la prima volta a comprare delle corde della chitarra. Ero un bambino, abbastanza basso da non poter portare la chitarra a mano altrimenti con la fodera toccava terra. e così o mi distruggevo il braccio ( la chitarra, pesa!) oppure mi inventavo strani modi per metterla a tracolla. Era una chitarra classica, una sorta di cassetta della frutta con sei corde, ma per me era il massimo. E nei miei ricordi lo è ancora. 

Un drammatico giorno mi si ruppe una corda. nessuno mi aveva detto che a volte succede, se sono troppo vecchie.Per me era stato un dramma. Superato lo shock decisi di andare nel negozio dove l'avevo comprata e comprarne un'altra. Avrei potuto aspettare il lunedì successivo, giorno in cui avevo lezione, per capire cosa fare.. ma non avrei mai aspettato così tanto tempo. Per fortuna appena entrato il commesso mi riconobbe e fu subito da me. Allora pensavo che bastasse entrare e dire - mi si è rotta una corda, me ne da un'altra? - Non dimenticherò mai il sorriso beffardo del ragazzo. Era stato come dare una dose di sangue a Dracula. Prima mi fece una lunga pantomima sull'importanza delle corde, poi sulle dimensioni ( che non ricordo perché dopo dieci secondi di spiegazione, già mi ero perso). Poi mi interrogò sugli stili che suonavo, quali canzoni, con che tecniche. Io sapevo fare solo pochi accordi, e il mio mondo finiva lì. Poi mi fece aprire la chitarra per vedere quali corde avevo su. Ripensandoci adesso, se le corde erano coerenti con la chitarra.. non oso nemmeno pensare che filacci di ferro potessero essere! Poi cercò a lungo nei cassetti del negozio per cercarne una simile alla mia. Risultato: purtroppo quella marca era terminata. C'era una unica soluzione: cambiarle tutte. e già che erano vecchie, sarebbe stato necessario in ogni caso. 

Studiò attentamente le corde, prese un sacchettino di plastica con foglietti azzurri dentro e mi disse - queste sono quelle che fanno per te -. ovviamente non mi spiegò come si cambiassero, né cosa avessi comprato davvero. presi il pacchetto, pagai e -timido - tornai a casa. Dovetti aspettare fino al lunedì per farmi spiegare davvero quali fossero le differenze, e come si montassero. ma quella fu una delle lezioni più belle: ormai la chitarra era mia, davvero mia. Sapvevo badare a lei, non c'erano più segreti. 

Quando si costruisce una chitarra, uno dei pensieri è - quali corde metterò? - perché da esse dipende gran parte del timbro del suono, e molto altro. Mentre costruivo la mia, in realtà, ho sempre utilizzato corde di scarto, quelle che avanzano da vecchie mute non utilizzate, o addirittura da vecchie chitarre quasi dimenticate. Quando ero sul punto di terminare la chitarra, mi venne la tentazione di cambiarle. Così, per avere tutto nuovo. Ma ormai mi ero affezionato anche a loro, e da allora ho deciso che le cambio solamente quando si rompono. Devono essere loro a decidere che è ora, non io. 

E fino ad adesso mi sono trovato benissimo.

Se adesso dovessi comprare un altro rubinetto, però, ancora non saprei da che parte cominciare.

lunedì 11 marzo 2013

Lo specchio di te stesso







La chitarra che costruisci diventa lo specchio di te stesso. 
Anzi, peggio. 
Perché lo specchio ti mostra come sei in quel momento, ma se vuoi puoi cancellarlo il giorno dopo. 
Riguardando la mia chitarra riesco a rintracciare lo stato d'animo di ogni giorno da quando ho cominciato. 

Ci sono stati giorni in cui ero teso, altri in cui ero felice. Ci sono state sere in cui ero stanco, e altre con energia da regalare. E ognuno di questi momenti si è trasformato, inconsciamente, nel modo in cui lavoravo il legno. 
Ogni colpo è rimasto indelebile nel legno, scolpendo me stesso. Forse il risultato che ho davanti è il bilancio di questo periodo. Bello, complesso. Intenso. E quando te ne accorgi - a me non è capitato subito, anzi.. c'è voluto un bel po' prima che me ne rendessi conto - ti appare tutto all'improvviso. 

Come se il legno ti volesse parlare, e diventasse la tua memoria storica. Non la memoria razionale, quella fatta di ricordi. la memoria emozionale, quella che nemmeno mi ero accorto di poter avere. E non servono altre parole, ti racconta lui stesso la tua storia. 

Ti accorgi che non sei tu che stai facendo qualcosa, ma all'improvviso ti senti attore di una commedia alla quale non sapevi di essere parte. Una commedia nella quale non c'è un copione, ma che puoi rivedere attraverso la tua chitarra. Nessun giudizio, nessuna parola. 

Lo osservi come lui sta osservando te. 

Il migliore degli amici, o il peggiore nemico. 

Sicuramente, non mente. 

martedì 5 marzo 2013

L'odore del legno



L'odore del legno è qualcosa che ti entra dentro, e rimane. 

Puoi dimenticare tutto, ma non quel profumo. Ogni pezzo è una esperienza a se stante. Il profumo ti avvolge, ti abbraccia. Se poi decidi di fare la tua chitarra provando ad utilizzare il meno possibile strumenti elettrici, godi ancora di più. Lavorare il legno porta la mente in una dimensione parallela, mistica. Come un lento cammino. Io ho costruito il corpo all'aria aperta, nelle sere d'estate. 
I minuti, le ore, scivolano via alla velocità della luce. Eppure tutto sembrava scorrere così lentamente! Alcune sere arrivano alla fine e pensavo - ma in tutto questo tempo ho fatto solo questo? - .. - non è servito a niente -.  - se vado avanti così non finirò mai.. mai! - e mi arrabbiavo. Perché la vita di tutti i giorni, la frenesia, l'ansia del finire tornava nella mente come una bomba ad orologeria pronta ad esplodere. Ma poi sentivo che il segreto era tutto lì: per un attimo potevo fare quello che volevo, e avevo fatto come avevo voluto. 

Nessuno mi chiedeva di consegnare un lavoro, nessuno - o quasi - sapeva nemmeno che lo stavo facendo. Avrei potuto passare la serata a guardare la tv o fare altro, eppure quella era la mia scelta. nessun vincolo. Potevo fare la mia chitarra in un modo o nell'altro. lasciarla a Metà. Spezzarla in due. Nessuno lo avrebbe mai saputo.. e forse a nessuno sarebbe nemmeno importato. 

L'odore del legno racchiudeva quell'attimo di libertà estrema. 

E se l'andare piano a volte sembrava un problema, poi l'arrivare verso la fine lo era altrettanto. 
Il traguardo non era sinonimo di ferità, se il cammino era così bello. Ed ogni volta che sentivo di arrivare vicino alla meta, inventavo qualcosa di nuovo. per migliorare. per non finire mai. Per non perdere la sensazione del profumo del legno. Perché non farne semplicemente un'altra, allora? Chiudere il progetto e ricominciare dall'inizio? E' vero, poteva essere una opzione. E spesso ci ho anche pensato. Ma ormai a quel pezzetto di legno mi ci ero affezionato. Gli avevo regalato un pezzo di anima, e lui la sua. Mi sarebbe sembrato quasi un tradimento. Stupido? Provate voi ad abbracciare un pezzo di legno, scolpirlo, lavorarlo. 
Sentirete che là dentro c'è qualcosa di vivo, che vi tiene legati. 

E da cui, poi, non vorreste mai staccarvi.

giovedì 28 febbraio 2013

Non un messaggio ma.. un suono nella bottiglia



Il bello di costruire una chitarra è che vale tutto o niente. 

Si può provare, sperimentare. Inventare. Ok, la maggior parte delle volte sono tentativi a vuoto. Però è divertente anche per quello. Avere il lusso di poter sbagliare, ormai, è raro. Il suono era quello che mi preoccupava di più. Dare alla mia chitarra un timbro unico. Quella cosa per cui basta sentire una nota, anche di una canzone che non si conosce, e dire – sì sono sicuro.. il suono è quello -. 

Avevo provato diverse soluzioni, addirittura mettendo un microfono proprio dentro la bottiglia. Era affascinante pensare che dal cuore della bottiglia partisse tutto. Un esperimento nuovo, qualcosa di ancora non visto. Un piccolo microfono, come quelli che si attaccano alle cuffie, era stata la soluzione. Infilandolo dentro avrebbe captato il suono. 
Purtroppo però l'idea non è stato come avessi immaginato: il rimbombo rendeva ogni vibrazione solo rumore, e il vetro un timbro freddo. 
La soluzione del normale pick up ancora la scelta vincente. Peccato, se avesse funzionato sarebbe stata una ulteriore peculiarità del mio strumento. ma non si può avere tutto dalla vita.. un passo dopo l'altro. 

..ed eccolo qui, il pick up: sembra impossibile, ma funziona!

martedì 26 febbraio 2013

E' quasi una magia


Alla fine, ecco qui di cosa sto parlando. 

Dopo i primi post mi sembrava giusto far sentire (oltre che vedere) ciò di cui sto parlando. 
La registrazione è un po' vecchia, fatta in una camera d'albergo. E la chitarra sotto, di accompagnamento, giusto una scusa per dare una continuità..però..però.. sarà che ormai ci sono affezionato, ma anche se alcuni passaggi non sono precisi, mi piace un sacco risentire questo pezzettino. 

E' la magia della musica, che porta fuori dal tempo. Succede a tutti, nessuno escluso. Ogni volta che si risente una canzone, ritorna in mente un attimo, una situazione. E ad essa si riassocia la stessa emozione. Non so se capita spesso, a me sì. 
E ogni volta che risento questo pezzo, non lo sento con le orecchie vere (se lo facessi penso lo avrei già cancellato mille volte!) ma con la sensazione di quando l'ho registrato. E' una cosa bella, che spero possa arrivare.. poi se ci si ferma sulle singole note.. vabbè. lasciamo perdere. Non tutto può venire subito perfetto al primo colpo, no??? 

C'è anche un elemento fondamentale nel'insieme, di cui ancora non ho detto nulla..ma che penso meriti una storia a sé.. ed è l'amplificatore. Ne ho postata una foto appoggiandolo sul pc per far vedere quanto è piccolo.. piccolo, ma pieno di cuore.Praticamente lo si può mettere in tasca, e ovunque si suona. Un miracolo. 
La prima volta che ho attaccato il pick up, i collegamenti, e ho acceso l'ampli.. e ha funzionato… la chitarra ha preso vita. Il legno è il cuore, le corde la voce..e l'ampli i muscoli.

Però non voglio scrivere oltre. Il minuto che sarebbe stato di lettura.. oggi è di ascolto. Come disse qualcuno - è quasi una magia -

lunedì 25 febbraio 2013

L'idea


Quando ho iniziato a costruire la chitarra avevo due obiettivi: che la potessi costruire dall'inizio alla fine, ricorrendo a pezzi prefatti unicamente dove necessario. Sarebbe stato troppo difficile costruire un pick up. o le meccaniche. Ma tutto il resto doveva essere vero, originale, fatto da me. Anche se ciò avrebbe comportato molto piu lavoro, molta più fatica. Ossia, molto piu divertimento.

Non avevo idea di come fare. Nulla. Mai preso in mano, praticamente, uno scalpello. Mai tagliato un pezzo di legno negli ultimi venti anni. L'ultima volta era stato da bambino quando, con il coltellino, scolpivo legnetti. Dopo, nulla. Ma soprattutto mi serviva una idea, volevo che fosse unica. Qualcosa la doveva rendere speciale, solo mia. Senza complicarmi troppo la vita.


Bastava un particolare, per renderla unica. Non la forma, troppo semplice, tantomeno il colore. Il numero di corde, o qualche accessorio. Sarebbe stato un semplice barocchismo. Sì, avrei lavorato anche su quello, ma non era quello che mi serviva, di cui avevo bisogno. Lavorando nel mondo della birra, uno degli oggetti che più spesso mi capita di avere sono le bottiglie. Di ogni forma, colore, dimensione. Avevo pensato di utilizzare una bottiglia per suonare, al posto dello slide.. come facevano una volta, tanti anni fa ( prima che inventassero gli slide che si usano oggi.. ) .. poi però mi venne una idea: e se il suono nascesse proprio dalle corde e dalle loro vibrazioni con la bottiglia? Se diventasse parte vera dello strumento, sorgente di suono?

Il passaggio fu poi semplice: infilai la bottiglia sotto le corde. e in un secondo, quello era il mio ponticello. Perfettamente liscia, prefettamente tonda, perfettamente dritta. Solo troppo profonda: le corde rimanevano sospese nel vuoto, oblique rispetto all'asse. Che suonassero, era già un passo avanti. Che rimanessero ferme, un altro. Il suono, poi, filtrato dal vetro e con il rimbombo della bottiglia, interessante. Un altro pezzo artigianale, non avrei avuto bisogno di comprarne uno già fatto.

Rimaneva il problema delle corde: cosi sospese, non sarebbero state facilmente suonabili. C'era una unica soluzione: se non si potevano abbassare le corde.. o alzare la tastiera.. bisognava abbassare la bottiglia! Lo scalpello fu ciò che poteva aiutarmi. Scavare nella cassa un profilo della bottiglia, inserirla dentro quanto bastava per rendere le corde parallele. Fossi stato capace di fare un taglio lungo tutto il legno perfettamente circolare, sarebbe stato facile. E, soprattutto, farlo mantenendo la bottiglia in linea con il resto della struttura.

Il pensiero poteva anche avere un senso, la sua realizzazione, no. 

giovedì 21 febbraio 2013

L'arte di arrangiarsi - o, come dice qualcuno, problem solving



L'arte di arrangiarsi è una delle cose più divertenti e utili che si imparano quando si inizia a costruire la propria chitarra. Quelli del marketing lo chiamano problem solving, la gente normale arrangiarsi. Non cambia molto il senso. 

Ho costruito la mia chitarra sotto il porticato dell agriturismo dove vivo durante la settimana, fuori casa per lavoro. Una seggiola rotta, una presa elettrica e una luce sottile le uniche comodità a disposizione. Poi i miei attrezzi, e tanto tempo a disposizione. Ho passato sere e sere a tenere bloccato con le gambe il corpo del legno, appoggiandolo per terra, per scolpirlo con gli strumenti. Non solo è difficile, pericoloso.. ma toglie anche quel poco di speranza di precisione che si vorrebbe avere. E ogni colpo, ogni momento potrebbe essere fatale per l'intero progetto. Sperare che le tracce siano parallele, o in linea.. una chimera. Soprattutto per chi come me non lo aveva mai fatto. Ho cambiato idea in corso d'opera almeno venti volte. Non per volontà, ma per necessità. Avendo sbagliato, per non buttare via tutto dovevo trovare altre soluzioni. 

Ad esempio, all'inizio avevo scavato il foro del pick up esattamente al centro dello strumento. Mi ci ero pure impegnato, ero contento del risultato. Tra l'altro era la prima volta che prendevo in mano unos calpello. Già riuscire a tracciare le linee con la matita, un po' in obliquo, parallele, era stato come costruire un ponte. Non avrei mai immaginato che le lezioni di Educazione Tecnica delle medie fossero state così inutili per me. Probabilmente adesso mi boccerebbero. 

Però alla fine, dopo tanta fatica, ce l'avevo fatta. Stava bene, bilanciava tutto. Avevo dimenticato un particolare: messe le corde, il buco rimaneva esattamente in mezzo alla tastiera. Peccato, ho avuto l'occasione per costruire una tastiera e attaccarla al corpo. Sotto rimane comunque il buco. Potevo chiudere tutti i lati ma.. me la sono venduta cosa: una piccola cassa di risonana rende il suono più pieno. Non è vero, ma va bene anche cosi.

Qui è dove ho costruito la chitarra. Le sedie, il nulla attorno. Sarà anche più difficile però.. in un appartamento in città non avrebbe avuto lo stesso sapore 


mercoledì 20 febbraio 2013

La prima sensazione


La prima sensazione che ho provato quando ho iniziato a costruire la mia steel guitar è stata violenza. Per chi suona, la chitarra  è delicata, vulnerabile, si vive con l'ansia di graffiarla, rovinarla. Ma quando la si costruisce, la sega e lo scalpello  sono i primi strumenti che si prendono in mano. Si picchia, si scalfisce. Sembra di farle male, pensando che poi quello sarà il suo corpo. Ma a poco a poco che prende forma, tutto acquista un senso: non è farle male, è darle un senso...e l'essere decisi nel farlo, anche violenti ( non si può usare lo scalpello piano piano!) è l'unico modo per non farle male. Il legno accetta il taglio se fatto bene. Con il cuore. Si spezza, se non lo si ascolta. 

Non basta prendere un pezzo di legno e tagliarlo, metterci su delle corde e vedere cosa succede per costruire una steel. E' un lavoro di precisione, particolari, passione. ed è proprio la passione che permette di fare le cose nel migliore dei modi e non scoraggiarsi. Anche se il primo tentativo non è mai come lo si era sognato.

Per me la chitarra era semplicemente fatta di tre parti: legno, corde, elettronica. Mettendo delle corde su un legno con l'elettronica, si poteva emettere un suono. Ed è vero, perchè succede proprio così.

Quando accesi la prima volta la chitarra quasi scoppiai a piangere. Non potevo credere che potesse suonare davvero. Una corda sospesa nel nulla, e nient'altro. Sapevo sarebbe successo, avevo lavorato per quello. Ma quando avvenne fu una sensazione incredibile.

Dopo il momento di estrema gioia - che rimane ancora vivo in me come fosse ieri - ho capito che la strada che avevo intrapreso era sbagliata. O, meglio, sarebbe finita lì. Una strada troppo corta. Mi sarei potuto accontentare, obiettivo raggiunto. Ma avevo voglia di andare avanti. Ancora non era finita. Non poteva essere finita così. Da una corda iniziai a sistemarne due. Poi ai primi chiodi, che tenevano ferme le corde, provai a costruire le meccaniche. Sembra facile trovare il giusto posizionamento delle meccaniche, per far si che tutte le corde siano alla stessa distanza. Sembra facile, forse non è difficile. Io non ne sono capace. Le meccaniche che ho montato sembrano buchi in una forma di formaggio. Dovrebbero essere in linea. Peccato. Ricerca sperimentale per un nuovo suono? ok, posso vendermela cosi. 
Ma di fatto le ho messe storte. Peccato, prossima volta. 

Tutto è iniziato così



La ricerca del proprio suono è qualcosa di intimo, profondo. chiunque si sia avvicinato alla musica prima o poi ne ha sentito l'esigenza. 
La ricerca del proprio suono è come cercare se stessi, la propria anima. Ognuno ha il suo, non esiste un suono perfetto per tutti. Se fosse così, non saremmo vivi. unici. veri. 
La chitarra è uno strumento unico, particolare. Il legno trasmette vibrazioni calde. Le dita toccano le corde, e creano il suono senza filtri. 
Non c'è niente in mezzo.  Senti le corde vibrare sotto le dita. Senti il suono nascere lì, in quel momento. e la chitara, quando la suoni, la abbracci. diventa un tutt'uno con il tuo corpo. 
Non è come il pianoforte, non ti ci siedi davanti. Non la appoggi alla bocca come una tromba. 
La chitarra la abbracci, la senti. il suo suono ti avvolge, arriva diretto al cuore. 
Alcuni musicisti passano l'intera vita alla ricerca della propria chitarra, del suono perfetto. E' una questione di alchimia, di magia. quando senti che quella è la tua chitarra, lo è e lo sarà per sempre. 

Ma provare lo strumento che qualcun altro fa, a volte non è sufficiente. si vuol vedere l'anima della chitarra, plasmarla, diventarne parte. prima il sogno di suonare la propria chitarra, poi il pensiero. sempre più pressante. e ci si ritrova in un attimo, all'improvviso, a cercare manuali e provare a capire come si può fare. perchè costruire la propria chitarra è come dare vita a un pezzo di legno. e da quel momento nessuna altra chitarra avrà lo stesso volto. o forse, i nostri occhi saranno diversi

 Il piacere di farlo non arriva solo quando si è finito il lavoro. è una sensazione che cresce passo per passo, in ogni attimo. si costruisce, si impara, si sbaglia, si ricomincia. ma poi, quando si accende per la prima volta il pick up e dall'amplificatore esce un suono: quel suono rimarrà impresso come un tatuaggio sul cuore. e il brivido che correrà lungo la schiena, traccerà una strada di emozioni che si imparerà a percorrere ogni volta che quelle corde vibreranno.