lunedì 11 marzo 2013

Lo specchio di te stesso







La chitarra che costruisci diventa lo specchio di te stesso. 
Anzi, peggio. 
Perché lo specchio ti mostra come sei in quel momento, ma se vuoi puoi cancellarlo il giorno dopo. 
Riguardando la mia chitarra riesco a rintracciare lo stato d'animo di ogni giorno da quando ho cominciato. 

Ci sono stati giorni in cui ero teso, altri in cui ero felice. Ci sono state sere in cui ero stanco, e altre con energia da regalare. E ognuno di questi momenti si è trasformato, inconsciamente, nel modo in cui lavoravo il legno. 
Ogni colpo è rimasto indelebile nel legno, scolpendo me stesso. Forse il risultato che ho davanti è il bilancio di questo periodo. Bello, complesso. Intenso. E quando te ne accorgi - a me non è capitato subito, anzi.. c'è voluto un bel po' prima che me ne rendessi conto - ti appare tutto all'improvviso. 

Come se il legno ti volesse parlare, e diventasse la tua memoria storica. Non la memoria razionale, quella fatta di ricordi. la memoria emozionale, quella che nemmeno mi ero accorto di poter avere. E non servono altre parole, ti racconta lui stesso la tua storia. 

Ti accorgi che non sei tu che stai facendo qualcosa, ma all'improvviso ti senti attore di una commedia alla quale non sapevi di essere parte. Una commedia nella quale non c'è un copione, ma che puoi rivedere attraverso la tua chitarra. Nessun giudizio, nessuna parola. 

Lo osservi come lui sta osservando te. 

Il migliore degli amici, o il peggiore nemico. 

Sicuramente, non mente. 

martedì 5 marzo 2013

L'odore del legno



L'odore del legno è qualcosa che ti entra dentro, e rimane. 

Puoi dimenticare tutto, ma non quel profumo. Ogni pezzo è una esperienza a se stante. Il profumo ti avvolge, ti abbraccia. Se poi decidi di fare la tua chitarra provando ad utilizzare il meno possibile strumenti elettrici, godi ancora di più. Lavorare il legno porta la mente in una dimensione parallela, mistica. Come un lento cammino. Io ho costruito il corpo all'aria aperta, nelle sere d'estate. 
I minuti, le ore, scivolano via alla velocità della luce. Eppure tutto sembrava scorrere così lentamente! Alcune sere arrivano alla fine e pensavo - ma in tutto questo tempo ho fatto solo questo? - .. - non è servito a niente -.  - se vado avanti così non finirò mai.. mai! - e mi arrabbiavo. Perché la vita di tutti i giorni, la frenesia, l'ansia del finire tornava nella mente come una bomba ad orologeria pronta ad esplodere. Ma poi sentivo che il segreto era tutto lì: per un attimo potevo fare quello che volevo, e avevo fatto come avevo voluto. 

Nessuno mi chiedeva di consegnare un lavoro, nessuno - o quasi - sapeva nemmeno che lo stavo facendo. Avrei potuto passare la serata a guardare la tv o fare altro, eppure quella era la mia scelta. nessun vincolo. Potevo fare la mia chitarra in un modo o nell'altro. lasciarla a Metà. Spezzarla in due. Nessuno lo avrebbe mai saputo.. e forse a nessuno sarebbe nemmeno importato. 

L'odore del legno racchiudeva quell'attimo di libertà estrema. 

E se l'andare piano a volte sembrava un problema, poi l'arrivare verso la fine lo era altrettanto. 
Il traguardo non era sinonimo di ferità, se il cammino era così bello. Ed ogni volta che sentivo di arrivare vicino alla meta, inventavo qualcosa di nuovo. per migliorare. per non finire mai. Per non perdere la sensazione del profumo del legno. Perché non farne semplicemente un'altra, allora? Chiudere il progetto e ricominciare dall'inizio? E' vero, poteva essere una opzione. E spesso ci ho anche pensato. Ma ormai a quel pezzetto di legno mi ci ero affezionato. Gli avevo regalato un pezzo di anima, e lui la sua. Mi sarebbe sembrato quasi un tradimento. Stupido? Provate voi ad abbracciare un pezzo di legno, scolpirlo, lavorarlo. 
Sentirete che là dentro c'è qualcosa di vivo, che vi tiene legati. 

E da cui, poi, non vorreste mai staccarvi.

giovedì 28 febbraio 2013

Non un messaggio ma.. un suono nella bottiglia



Il bello di costruire una chitarra è che vale tutto o niente. 

Si può provare, sperimentare. Inventare. Ok, la maggior parte delle volte sono tentativi a vuoto. Però è divertente anche per quello. Avere il lusso di poter sbagliare, ormai, è raro. Il suono era quello che mi preoccupava di più. Dare alla mia chitarra un timbro unico. Quella cosa per cui basta sentire una nota, anche di una canzone che non si conosce, e dire – sì sono sicuro.. il suono è quello -. 

Avevo provato diverse soluzioni, addirittura mettendo un microfono proprio dentro la bottiglia. Era affascinante pensare che dal cuore della bottiglia partisse tutto. Un esperimento nuovo, qualcosa di ancora non visto. Un piccolo microfono, come quelli che si attaccano alle cuffie, era stata la soluzione. Infilandolo dentro avrebbe captato il suono. 
Purtroppo però l'idea non è stato come avessi immaginato: il rimbombo rendeva ogni vibrazione solo rumore, e il vetro un timbro freddo. 
La soluzione del normale pick up ancora la scelta vincente. Peccato, se avesse funzionato sarebbe stata una ulteriore peculiarità del mio strumento. ma non si può avere tutto dalla vita.. un passo dopo l'altro. 

..ed eccolo qui, il pick up: sembra impossibile, ma funziona!

martedì 26 febbraio 2013

E' quasi una magia


Alla fine, ecco qui di cosa sto parlando. 

Dopo i primi post mi sembrava giusto far sentire (oltre che vedere) ciò di cui sto parlando. 
La registrazione è un po' vecchia, fatta in una camera d'albergo. E la chitarra sotto, di accompagnamento, giusto una scusa per dare una continuità..però..però.. sarà che ormai ci sono affezionato, ma anche se alcuni passaggi non sono precisi, mi piace un sacco risentire questo pezzettino. 

E' la magia della musica, che porta fuori dal tempo. Succede a tutti, nessuno escluso. Ogni volta che si risente una canzone, ritorna in mente un attimo, una situazione. E ad essa si riassocia la stessa emozione. Non so se capita spesso, a me sì. 
E ogni volta che risento questo pezzo, non lo sento con le orecchie vere (se lo facessi penso lo avrei già cancellato mille volte!) ma con la sensazione di quando l'ho registrato. E' una cosa bella, che spero possa arrivare.. poi se ci si ferma sulle singole note.. vabbè. lasciamo perdere. Non tutto può venire subito perfetto al primo colpo, no??? 

C'è anche un elemento fondamentale nel'insieme, di cui ancora non ho detto nulla..ma che penso meriti una storia a sé.. ed è l'amplificatore. Ne ho postata una foto appoggiandolo sul pc per far vedere quanto è piccolo.. piccolo, ma pieno di cuore.Praticamente lo si può mettere in tasca, e ovunque si suona. Un miracolo. 
La prima volta che ho attaccato il pick up, i collegamenti, e ho acceso l'ampli.. e ha funzionato… la chitarra ha preso vita. Il legno è il cuore, le corde la voce..e l'ampli i muscoli.

Però non voglio scrivere oltre. Il minuto che sarebbe stato di lettura.. oggi è di ascolto. Come disse qualcuno - è quasi una magia -

lunedì 25 febbraio 2013

L'idea


Quando ho iniziato a costruire la chitarra avevo due obiettivi: che la potessi costruire dall'inizio alla fine, ricorrendo a pezzi prefatti unicamente dove necessario. Sarebbe stato troppo difficile costruire un pick up. o le meccaniche. Ma tutto il resto doveva essere vero, originale, fatto da me. Anche se ciò avrebbe comportato molto piu lavoro, molta più fatica. Ossia, molto piu divertimento.

Non avevo idea di come fare. Nulla. Mai preso in mano, praticamente, uno scalpello. Mai tagliato un pezzo di legno negli ultimi venti anni. L'ultima volta era stato da bambino quando, con il coltellino, scolpivo legnetti. Dopo, nulla. Ma soprattutto mi serviva una idea, volevo che fosse unica. Qualcosa la doveva rendere speciale, solo mia. Senza complicarmi troppo la vita.


Bastava un particolare, per renderla unica. Non la forma, troppo semplice, tantomeno il colore. Il numero di corde, o qualche accessorio. Sarebbe stato un semplice barocchismo. Sì, avrei lavorato anche su quello, ma non era quello che mi serviva, di cui avevo bisogno. Lavorando nel mondo della birra, uno degli oggetti che più spesso mi capita di avere sono le bottiglie. Di ogni forma, colore, dimensione. Avevo pensato di utilizzare una bottiglia per suonare, al posto dello slide.. come facevano una volta, tanti anni fa ( prima che inventassero gli slide che si usano oggi.. ) .. poi però mi venne una idea: e se il suono nascesse proprio dalle corde e dalle loro vibrazioni con la bottiglia? Se diventasse parte vera dello strumento, sorgente di suono?

Il passaggio fu poi semplice: infilai la bottiglia sotto le corde. e in un secondo, quello era il mio ponticello. Perfettamente liscia, prefettamente tonda, perfettamente dritta. Solo troppo profonda: le corde rimanevano sospese nel vuoto, oblique rispetto all'asse. Che suonassero, era già un passo avanti. Che rimanessero ferme, un altro. Il suono, poi, filtrato dal vetro e con il rimbombo della bottiglia, interessante. Un altro pezzo artigianale, non avrei avuto bisogno di comprarne uno già fatto.

Rimaneva il problema delle corde: cosi sospese, non sarebbero state facilmente suonabili. C'era una unica soluzione: se non si potevano abbassare le corde.. o alzare la tastiera.. bisognava abbassare la bottiglia! Lo scalpello fu ciò che poteva aiutarmi. Scavare nella cassa un profilo della bottiglia, inserirla dentro quanto bastava per rendere le corde parallele. Fossi stato capace di fare un taglio lungo tutto il legno perfettamente circolare, sarebbe stato facile. E, soprattutto, farlo mantenendo la bottiglia in linea con il resto della struttura.

Il pensiero poteva anche avere un senso, la sua realizzazione, no. 

giovedì 21 febbraio 2013

L'arte di arrangiarsi - o, come dice qualcuno, problem solving



L'arte di arrangiarsi è una delle cose più divertenti e utili che si imparano quando si inizia a costruire la propria chitarra. Quelli del marketing lo chiamano problem solving, la gente normale arrangiarsi. Non cambia molto il senso. 

Ho costruito la mia chitarra sotto il porticato dell agriturismo dove vivo durante la settimana, fuori casa per lavoro. Una seggiola rotta, una presa elettrica e una luce sottile le uniche comodità a disposizione. Poi i miei attrezzi, e tanto tempo a disposizione. Ho passato sere e sere a tenere bloccato con le gambe il corpo del legno, appoggiandolo per terra, per scolpirlo con gli strumenti. Non solo è difficile, pericoloso.. ma toglie anche quel poco di speranza di precisione che si vorrebbe avere. E ogni colpo, ogni momento potrebbe essere fatale per l'intero progetto. Sperare che le tracce siano parallele, o in linea.. una chimera. Soprattutto per chi come me non lo aveva mai fatto. Ho cambiato idea in corso d'opera almeno venti volte. Non per volontà, ma per necessità. Avendo sbagliato, per non buttare via tutto dovevo trovare altre soluzioni. 

Ad esempio, all'inizio avevo scavato il foro del pick up esattamente al centro dello strumento. Mi ci ero pure impegnato, ero contento del risultato. Tra l'altro era la prima volta che prendevo in mano unos calpello. Già riuscire a tracciare le linee con la matita, un po' in obliquo, parallele, era stato come costruire un ponte. Non avrei mai immaginato che le lezioni di Educazione Tecnica delle medie fossero state così inutili per me. Probabilmente adesso mi boccerebbero. 

Però alla fine, dopo tanta fatica, ce l'avevo fatta. Stava bene, bilanciava tutto. Avevo dimenticato un particolare: messe le corde, il buco rimaneva esattamente in mezzo alla tastiera. Peccato, ho avuto l'occasione per costruire una tastiera e attaccarla al corpo. Sotto rimane comunque il buco. Potevo chiudere tutti i lati ma.. me la sono venduta cosa: una piccola cassa di risonana rende il suono più pieno. Non è vero, ma va bene anche cosi.

Qui è dove ho costruito la chitarra. Le sedie, il nulla attorno. Sarà anche più difficile però.. in un appartamento in città non avrebbe avuto lo stesso sapore 


mercoledì 20 febbraio 2013

La prima sensazione


La prima sensazione che ho provato quando ho iniziato a costruire la mia steel guitar è stata violenza. Per chi suona, la chitarra  è delicata, vulnerabile, si vive con l'ansia di graffiarla, rovinarla. Ma quando la si costruisce, la sega e lo scalpello  sono i primi strumenti che si prendono in mano. Si picchia, si scalfisce. Sembra di farle male, pensando che poi quello sarà il suo corpo. Ma a poco a poco che prende forma, tutto acquista un senso: non è farle male, è darle un senso...e l'essere decisi nel farlo, anche violenti ( non si può usare lo scalpello piano piano!) è l'unico modo per non farle male. Il legno accetta il taglio se fatto bene. Con il cuore. Si spezza, se non lo si ascolta. 

Non basta prendere un pezzo di legno e tagliarlo, metterci su delle corde e vedere cosa succede per costruire una steel. E' un lavoro di precisione, particolari, passione. ed è proprio la passione che permette di fare le cose nel migliore dei modi e non scoraggiarsi. Anche se il primo tentativo non è mai come lo si era sognato.

Per me la chitarra era semplicemente fatta di tre parti: legno, corde, elettronica. Mettendo delle corde su un legno con l'elettronica, si poteva emettere un suono. Ed è vero, perchè succede proprio così.

Quando accesi la prima volta la chitarra quasi scoppiai a piangere. Non potevo credere che potesse suonare davvero. Una corda sospesa nel nulla, e nient'altro. Sapevo sarebbe successo, avevo lavorato per quello. Ma quando avvenne fu una sensazione incredibile.

Dopo il momento di estrema gioia - che rimane ancora vivo in me come fosse ieri - ho capito che la strada che avevo intrapreso era sbagliata. O, meglio, sarebbe finita lì. Una strada troppo corta. Mi sarei potuto accontentare, obiettivo raggiunto. Ma avevo voglia di andare avanti. Ancora non era finita. Non poteva essere finita così. Da una corda iniziai a sistemarne due. Poi ai primi chiodi, che tenevano ferme le corde, provai a costruire le meccaniche. Sembra facile trovare il giusto posizionamento delle meccaniche, per far si che tutte le corde siano alla stessa distanza. Sembra facile, forse non è difficile. Io non ne sono capace. Le meccaniche che ho montato sembrano buchi in una forma di formaggio. Dovrebbero essere in linea. Peccato. Ricerca sperimentale per un nuovo suono? ok, posso vendermela cosi. 
Ma di fatto le ho messe storte. Peccato, prossima volta. 

Tutto è iniziato così



La ricerca del proprio suono è qualcosa di intimo, profondo. chiunque si sia avvicinato alla musica prima o poi ne ha sentito l'esigenza. 
La ricerca del proprio suono è come cercare se stessi, la propria anima. Ognuno ha il suo, non esiste un suono perfetto per tutti. Se fosse così, non saremmo vivi. unici. veri. 
La chitarra è uno strumento unico, particolare. Il legno trasmette vibrazioni calde. Le dita toccano le corde, e creano il suono senza filtri. 
Non c'è niente in mezzo.  Senti le corde vibrare sotto le dita. Senti il suono nascere lì, in quel momento. e la chitara, quando la suoni, la abbracci. diventa un tutt'uno con il tuo corpo. 
Non è come il pianoforte, non ti ci siedi davanti. Non la appoggi alla bocca come una tromba. 
La chitarra la abbracci, la senti. il suo suono ti avvolge, arriva diretto al cuore. 
Alcuni musicisti passano l'intera vita alla ricerca della propria chitarra, del suono perfetto. E' una questione di alchimia, di magia. quando senti che quella è la tua chitarra, lo è e lo sarà per sempre. 

Ma provare lo strumento che qualcun altro fa, a volte non è sufficiente. si vuol vedere l'anima della chitarra, plasmarla, diventarne parte. prima il sogno di suonare la propria chitarra, poi il pensiero. sempre più pressante. e ci si ritrova in un attimo, all'improvviso, a cercare manuali e provare a capire come si può fare. perchè costruire la propria chitarra è come dare vita a un pezzo di legno. e da quel momento nessuna altra chitarra avrà lo stesso volto. o forse, i nostri occhi saranno diversi

 Il piacere di farlo non arriva solo quando si è finito il lavoro. è una sensazione che cresce passo per passo, in ogni attimo. si costruisce, si impara, si sbaglia, si ricomincia. ma poi, quando si accende per la prima volta il pick up e dall'amplificatore esce un suono: quel suono rimarrà impresso come un tatuaggio sul cuore. e il brivido che correrà lungo la schiena, traccerà una strada di emozioni che si imparerà a percorrere ogni volta che quelle corde vibreranno.