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martedì 25 giugno 2013




... Ancora non ho detto però una cosa. Ok, non  ne ho dette molte (altrimenti finiremmo qui).. ma non ne ho detta una importante. Quando per la prima volta è nata l'idea di fare qualcosa col legno. Tutto è molto più semplice di quanto si possa immaginare, e si racchiude in questa foto.

Da anni guardavo questa vecchia botte che avevo in casa, datata -qualche anno dei primi dell'800 - e mi chiedevo cosa poterne fare. Era uno spreco lasciarla lì. Ma cosa poterne fare? Nemmeno volevo pensare a cose tipo comodino, tavolino o cose del genere. Piuttosto, per lasciarle dignità, il fuoco. A poco a poco mi è venuta in mente l'idea di farne una chitarra. Quei legni cosi stagionati, carichi di storia.. avrebbero regalato un suono unico. Una emozione. Almeno per me, visto che hanno accompagnato la mia famiglia per un pò di generazioni. Era eletterizzante anche solo pensare di realizzare uno strumento.. nuovo.. ma di 150 anni almeno! Pensarlo era bello..realizzarlo, altra cosa. Già caricarla in macchina e portarla a casa è stata una avventura. Aprirla sul balcone.. un'altra sfida. La prima sorpresa è stata proprio in quel momento: da buon cittadino moderno davo per scontato che le assi fossero in qualche modo attaccate tra loro. Invece erano semplicemente appoggiate, tagliate perfettamente per creare la forma. Le vie di ferro ai lati servivano unicamente per non permettere che si aprissero..e infatti, appena slegate, si sono aperte come un fiore. La precisione con cui l'angolazione di ognuna di esse era inserita in quella vicino mi ha lasciato senza fiato. Stupito, meravigliato. Un oggetto stupendo che oggi- penso - pochi saprebbero rifare a mano. I legni erano ancora perfettamente conservati, senza il minimo segno del tempo. Ed il peso di ognuno di essi, inspiegabile. Altro che legno pieno, quello era cemento! Il secondo dubbio che fosse cemento è stato poco dopo, quando ho provato a bucarli. Ho rovinato tre punte del trapano (elettrico). Poi ho capito. Ho preso quelle da muro. E allora tutto ha cominciato a funzionare. Non fanno più i legni di una volta. Poi ho provato ad incollarle. Altro grosso problema. Quello che ho ottenuto era inguardabile, nonostante innumerevoli fatiche. Ci sono giorni in cui bisogna saper dire - ok, ci proverò poi. Adesso non è tanto il caso. - E quello era uno di quei giorni. Ma il pensiero di poter finalmente suonare la mia chitarra, e sentirne il suono correre lungo quelle assi.. è ancora vivo, anzi sempre più, nella mente. Arriverà il momento in cui  riuscirò a farcela, è solo questione di tempo. E allora avrò costruito una chitarra con quasi un secolo di vita.. 


martedì 21 maggio 2013

Le corde come un paio di scarpe



Prima di leggere questo post, vuoi vedere il video? Lo trovi, qui

La sensazione di suonare su corde nuove può essere paragonata a camminare con scarpe nuove. Da un lato, si è affezionati alle proprie scarpe. Hanno ormai la forma del piede, nel loro essere consumate c'è la storia dei passi fatti. Ci si è affezionati, le si guarda con affetto. Potendo, non le si cambierebbe mai. Però ci si rende conto che,arrivati ad un certo punto, al limite. Ed è arrivata l'ora di prendere una decisione. Suonare su corde nuove regala una sensazione molto simile. Prima, quelle vecchie ormai avevano preso l'accordatura, il suono. L'ossidazione le aveva rese più scure, le piccole imperfezioni scivolavano sotto le dita diventando dei punti di riferimento. Il loro colore aveva dato un volto allo strumento. Nel caso della steel, poi, che nel montarle la prima volta avevo preso "le prime corde a caso che avevo trovato" senza una logica, quella che all'inizio mi era sembrata una semplice prova di tensione, senza un preciso obiettivo di suono o accordatura, era diventata una caratteristica. Avendo poi messo corde di scarsa qualità, col tempo si erano leggermente sfilettate, altra caratteristica che aveva creato un suono particolare. E, infine, non avendo una custodia, rimaste per qualche mese sempre all'aria, ormai erano più vicine al colore del legno di quello del metallo. Ma a tutto, c'è un limite, e le ho cambiate. Adesso lo strumento ha un altro aspetto, queste vene di ferro lucide, pulite, gli danno tutt'altro fascino. La struttura è più tesa, risponde meglio. Hanno un nuovo senso, ono delle dimensioni giuste. Appena montate, non ho resistito alla tentazione e - pur essendo tardi - le ho provate. Ad amplificatore staccato. In acustica. Il primo brivido è stato stupendo. Sul metallo nuovo, si corre molto meglio. Come aver rifatto la lamina agli sci. Il suono è più intenso, vivace. Hanno l'entusiasmo e la forza dei giovani. Il percepito più metallico, non ancora ossidato, è la loro dichiarazione, fin da subito, di essere arrivate. E suonarle, è un piacere. Non hanno ancora la forza delle "vecchie", si scordano quasi subito. Devono abituarsi alla tensione. Al lavoro. Ma avranno tempo. Sono solo all'inizio della nuova avventura. Bastano pochi accordi per aprire un nuovo capitolo con loro. Vedremo, che storia sapremo raccontare. 

giovedì 16 maggio 2013

Meccaniche sbilenche



Quattro meccaniche, quattro corde. Dalla più bassa alla più alta. In ordine decrescente. Così, almeno, è come funziona sulle chitarre normale. Perchè le meccaniche sono state montate bene, nella giusta posizione. Alla giusta distanza. Ma non è detto che debba sempre essere così, anzi. Quando ho tagliato la paletta, fatto i buchi, ho provato ad utilizzare tutto lo spazio a disposizione. E a metterle più in linea possibile. Ma se lo spazio è quello, piccolo.. e se non si riesce a posizionarle perfettamente, i risultati possono essere difficili da gestire. Avevo lottato con questo problema già la prima volta, quando misi le corde per la prima volta. Adesso, la situazione sembrava ancora peggiore. Perchè, alla fine, tutto questo è fatto per un motivo solo: per far si che le corde rimangano in tensione - nella giusta, tensione - e siano alla giusta distanza. Ma se le meccaniche sono messe male, fisicamente le corde non ce la fanno a passare. O si toccano fra loro. Se sono nuove, poi, "scivolano" ancora di più.. e il problema aumenta. D'altra parte, ormai la struttura dello strumento è quella, non è che si possa fare molto. Limitare i danni. Per riuscire a metterle - se non alla stessa distanza - ma almeno lontano, mi sono dovuto arrangiare. Alcune le ho montate da un lato, alcune dall'altro. Che vuol dire, che per tendere le corde a volte si devono girare le meccaniche in un senso, a volte nell'altro. E quando si accorda, bisogna sempre ricordarsi da che verso le ho messe. E poi, ho proprio invertito due meccaniche: di quelle posteriori, che teoricamente dovevano essere le due "corde esterne", ne ho messa una esterna ( la prima) e l'altra come terza. In questo modo, si riesce a recuperare un pò dell'errore della posizione delle palette. Ed è, comunque, suonabile. Tutto questo per chi ascolta non è un problema. Nemmeno si può accorgere della differenza. Ma per chi deve combattere per far uscire un suono.. Le corde sono invertite. le meccaniche storte. Chissenefrega. Suona lo stesso. é questo, alla fine, quello che conta. 

venerdì 10 maggio 2013

Ed ebbe un nome



Era quasi un anno che ci pensavo. Come poter dare un nome, una identità alla chitarra. Anche solo un tratto, qualcosa per vestirla. Ho immaginato tante cose, dalle grafiche vintage fino ai colori più psichedelici. E nel corso dei mesi le ho dato tanti nomi. Immaginato tanti vestiti per lei. E poi ci sono cose che succedono in momenti precisi, particolari. Poteva essere ieri, un mese fa o tra un mese, nulla sarebbe cambiato. Ho pensato che alla fine, se qualcuno la vede, ne sente il suono, la voce, deve essere sapere come si chiama. Deve poterne capire l'identità. Molto più semplice di quanto avessi pensato fino ad adesso. Lei è la prima nata, lei è e sempre sarà la mia "Numero 1". E la firma, vicino. Il mio marchio di fabbrica. Molto più semplice di quanto potessi immaginare, molto più vero e reale di qualsiasi altra elucubrazione. Vicino, appena accennata, una chiave di Sol. Anche questo è un pezzo di me: da quando ho imparato a scrivere, la disegno ovunque. C'è chi per fare gli scarabocchi sull'angolo del quaderno faceva quadrati, chi colorava un quadretto sì e uno no.. io facevo le chiavi di Sol. Perchè? Non so, in realtà. Forse perchè sono facili da fare, forse perchè.. mah. Inutile pensarci. Avevo pensato di chiedere a qualcun altro di farlo. L'arte del disegno è proprio ciò che meno mi appartiene. E, se lo avessi fatto, sicuramente il risultato sarebbe stato migliore. Ma non così vero. Adesso il nome è scritto nel legno, come un tatuaggio nel cuore. E' scritto, indelebile.

E' con grande piacere, che vi presento, la LUCA 1 

giovedì 9 maggio 2013

Quattro corde e una forchetta




Per chi suona la chitarra, cambiare le corde non è solo una necessità. E' un rito, un piacere. E' l'occasione per coccolare la chitarra, abbracciarla. Trattarla bene. Farle vedere che si tiene a lei, la si vuole sempre perfetta. Spesso, poi, è l'occasione per pulire anche la tastiera, sistemare le meccaniche. E quando lo si fa, ci si deve prendere tutto il tempo necessario. Può capitare di cambiare una corda al volo, ad esempio quando si rompe mentre si sta suonando. Ma è un'altra cosa. Le prime volte, sembra una operazione praticamente impossibile. Mi ricordo quando ero piccolo, avrò avuto sette o otto anni, quanto era difficile. A volte, era il mio insegnante che mi dava una mano. Sulle chitarre classiche poi, dove per fissarle sul ponticello bisogna fare il nodo ( che poi, nodo non è..) era ancora più difficile. Tutto sembrerebbe semplice, ormai, anche sulla steel. Sembrerebbe, ma non è così. Se non si ha un ponticello vero, ma solo dei chiodi attorno cui vengono fissate le corde, l'operazione non rimane cosi banale. Soprattutto, se le corde si sono incastrare e non si ha un coltello per poterle tagliare. Questa è più o meno la situazione nella quale mi sono trovato ieri. Non avere un coltello per aprire i nodi, o tagliarle direttamente, trasforma una operazione banale in un problema. C'era una unica soluzione: con la punta di una forchetta, ho smollato i nodi e tolto le corde. Detta così sembra facile. Dopo venti minuti in cui si prova a farlo, assicuro, la situazione prende tutt'altra piega. Arrivato al cambio della terza corda, ammetto, ho avuto la tentazione di strappare il chiodo dal legno per sfilare, nella maniera più semplice possibile, la corda. Ho resistito alla tentazione, alla fine ce l'ho fatta. Anche questo è il bello di costruirsi una chitarra in casa: se avessi sempre tutti gli attrezzi a disposizione, forse sarebbe più semplice. Sicuramente, i risultati sarebbero migliori e nella metà del tempo. Ma non sarebbe cosi divertente. 

martedì 30 aprile 2013

Forma o non forma: questo è il problema



Ci sono dei momenti in cui bisogna prendere delle decisioni. Forma, o non forma. Così lo strumento è reale, vero. Però quando la appoggi sulle gambe, non è stabile. Poi, poterle dare una forma, sono convinto, le darebbe ancora più carattere. Più caratterizzazione. Il problema è, a questo punto, che forma darle? Devo riuscire a trovare una forma semplice, perchè altrimenti sarebbe troppo difficile da realizzare - le mie capacità con il legno sono molto limitate.. e sarebbe inutile sognare cose irrealizzabili. Deve essere una forma accattivante e unica. Deve essere comoda, e utilizzabile. Facile? sì, come al solito. E poi ci sarà il pensiero su come vestirla di colori.. una cosa per volta. Mi piace l'idea di realizzare una forma a goccia, leggermente lavorata sul lato esterno: provando a fare il disegno, non sembra male. La lavorazione sul lato esterno le conferisce una sua particolarità. Vicino al ponticello dovrò fare un'altra lavorazione, altrimenti la bottiglia non avrà spazio. E dovrò capire come fare l'incavo nel corpo nel quale appoggiarla. Quello che ho fatto a mano, con lo scalpello, non va bene: la bottiglia deve essere perfettamente parallela, altrimenti le corde avranno distanze diverse dalla tastiera. Non ho idea di come si possa fare. Stesso problema per lo spazio dei pick up.  Però la forma sta nascendo, e vorrei trovare tutti i possibili problemi adesso, in modo da non doverci più pensare. Almeno, ci provo. Così mi piace. Sognare. Già la sento sulle gambe. wow! E forse non è nemmeno impossibile da tagliare. Tutto questo può rasentare la follia, lo ammetto, soprattutto perchè ad oggi ho un disegno fatto su un post it, e nient'altro. Ma se da qualche parte non si inizia a sognare.. Ecco quello che dovrò fare, quindi.. armarmi di santa pazienza, e già calcolare che quello che otterrò da questo disegno sarà molto diverso da questo ... andare a chiedere aiuto a qualcuno che sa tagliare il legno, perchè il livello richiesto sta diventando troppo elevato rispetto alle mie capacità. Già riuscire a fare un disegno reale, sarà un grosso problema. Potrebbe però essere il primo passo per una nuova steel? ..è tornata la primavera. Ma la passione non è mai passata. 

lunedì 22 aprile 2013

Il mio suono per due soldi




Suonare la steel guitar ha i suoi vantaggi e i suoi svantaggi. La si deve appoggiare sulle gambe, suonando seduti. O su un tavolo. Comunque, da qualche parte deve essere appoggiata. In una situazione normale non risulta essere un problema, anzi. Spesso si suona tenendo vicino un bicchere di vino, birra..! e si può appoggiare qualsiasi cosa possa servire ( lo slide, un altro plettro, il computer). Nella maggior parte dei casi è comodo. Nella maggior parte.. non sempre. e quando succede, è un problema. Provate voi ad essere in mezzo ad una strada, ad esempio, e qualcuno vi chiede di suonare qualcosa. Cosa potete fare? A me è successo. Avevo portato la mia chitarra una sera per mostrarla ad un paio di amici. L'avevo messa nel bagagliaio della macchina: se la serata fosse andata bene, l'avrei tirata fuori.. altrimenti, sarebbe rimasta a sonnecchiare al buoi. La serata stava andando bene, dopo aver suonato qualche pezzo con la chitarra vera venne fuori il discoros - ma ce l'hai il baracchino con te? ( allora lo chiamavo ancora così) - . Sapevano lo avevo portato, non potevo mentire. E,visto come stavano andando le cose, nemmeno mi dispiaceva. Problema: non avevo calcolato non ci fosse nessun posto su cui appoggiarmi. C'era una unica soluzione: mi accasciai per terra, appoggiandola sull'asfalto. Sicuramente non risciavo cadesse o si spostasse, ma non era il massimo della comodità. In un secondo mi ero trasformato in un artista da strada. Esperienza nuova, devo ammettere. E interessante. Dal basso il suono è diverso. La gente, dal basso, è diversa. Si vedono le gambe, i piedi. Quasi mai il volto. Si entra un mondo che non è reale. Non ci si accorge di quanta gente c'è. Si vedono le gambe della prima fila, oltre: no. Anche quello che dicono, che succede, è indefinito. Senti dei rumori lontani ma, quando provi ad alzare gli occhi, è già tutto finito. Sei davanti ad un sacco di gente ma, in realtà, sei solo. Ecco perchè forse gli artisti da strada spesso hanno gli occhi tristi. Fare l'artista da strada è stato davvero divertente. Mi hanno pure lanciato qualche moneta nella custodia ( che ovviamente non ho rifiutato.. tutto fa brodo). Prima o poi lo rifaccio, magari a Venezia

lunedì 15 aprile 2013

La chitarra e la birra







Non si arrabbi chi la birra la fa davvero, ma costruire la propria chitarra in qualche modo è come fare la birra. Si possono produrre milioni di ettolitri con macchine superspecializzate, oppure realizzarla con due semplici pentole. Cosi le chitarre: da una fabbrica ne possono uscire in serie, oppure si può scegliere di farsela in casa.In entrambi i casi, che sia industriale o artigianale, il risultato può essere ottimo o terribile. Sia per la birra, che per la propria chitarra, ci vuole pazienza. Prima di poter assaggiare ciò che si è prodotto, bisogna attendere la fermentazione. Prima di poter sentire il suono, bisogna costruirne un bel pezzo. Ogni birra è diversa dalla precedente. Ogni chitarra è unica. Quando prepari una cotta, ne cogli ogni sfumatura: gli odori, il colore, la temperatura. E quando bevi la birra che hai creato, ha un sapore diverso. Per la chitarra è la stessa cosa. Non è bello bere la propria birra da soli, è bello poterla condividere con gli amici. Sentire la stessa passione, percepire la stessa sensazione. Suonare da soli è bello, ma poter far ascoltare il proprio suono... ancora meglio.
La birra deve essere fatta con passione, come ogni cosa: la passione porta tutto il buono che si può trovare in ciò che si fa. La precisione, la voglia di cambiare, di migliorare. Non la si può fare"perchè si deve". Stessa cosa con la chitarra. 

La prima volta che ho risuonato la chitarra ( normale) dopo tantissimi anni è stato poco tempo fa, proprio sotto un portico ( quello dove poi ho costruito la mia) e proprio con pochi amici..e una birra fatta da un grande Mastro Birraio. E' stata la sensazione della serata a far funzionare tutto alla perfezione. E ancora adesso, quella serata è rimasta nella mente di tutti. Quando costruisco la chitarra e provo a suonarla, immagino e spero di riuscire a comunicare quella stessa sensazione che è nata quella sera. Tutto semplice, tutto naturale. 

Anche se il mio suono è tutto'altro che perfetto (anzi) spero che possa passare il bello di quello che ne viene fuori. E chi se ne frega se non è perfetto. Qualcuno diceva che nella imperfezione c'è l'anima, c'è l'unicità. A volte ci credo anche io.. o, almeno, ci spero. Se così non fosse, sarebbe per me impossibile andare avanti.

Proprio le persone che lavorano attorno alla birra sono state le prima a cogliere l'idea della chitarra. Appena l'ho accennato, subito abbiamo trovato il pezzo di legno, gli attrezzi, e tutto quello che poteva servire. ma, soprattutto, ci hanno creduto anche quando io stentavo a crederci. La birra è una emozione in ogni sorso, così come la chitarra lo è in ogni nota. E non lo si fa per soldi.. lo si fa e basta. 

C'è una ragione per cui birra e blues, e buona musica..e passione.. sono cosi vicini. Perchè la gente è quella. Noi siamo quella gente. 

lunedì 8 aprile 2013

La libertà è una scelta.



Non li ho dimenticati. Volutamente, non li ho messi. 

Dopo quasi trenta anni di giornate a suonare la chitarra, ho deciso per la libertà. Nessun tasto, nessun vincolo. Nessun freno. Sicuramente avrebbe reso tutto molto più complesso, più impreciso. Ma dicono che nell'imprecisione ci sia il cuore.. e, in fondo, era quello che stavo cercando. La lunghezza del diapason della mia steel era unico- non avendo preso alcuna misura quando ho iniziato a costruirlo, era normale fosse così. Non sapevo nemmeno bene come si calcolasse la dimensione della tastiera. E' stato divertente impararlo. Ma, ormai, era tardi. Avrei avuto bisogno di una tastiera più lunga e più larga. Ma, soprattutto, più lunga. La prossima volta sarà una delle cose a cui baderò mai più. 

Il suono che ne viene fuori però è diverso. E' bello pensare che ogni nota non sarà mai uguale a se stessa. Che si può giocare con quell'attimo.. quella tensione che fa tutta la differenza. E' bello - anche concettualmente - sognare di avere uno spazio libero su cui viaggiare senza alcun confine. E' come essere liberi a nuotare nel mare, o chiusi in una corsia di una piscina. Stessa cosa. Folle sì, ma non totalmente. Almeno qualche punto di riferimento mi serviva. Calcolare la dimensione dei tasti utilizzando i diversi rapporti numerici, è molto facile. Soprattutto se si ha Excel. Soprattutto se ci si accontenta di non essere perfetti. Ma avendo come ponticello una bottiglia di birra.. come si può cercare la perfezione? Fatti i calcoli, andava bene così. 

C'era poi il problema del buco in mezzo alla tastiera. Quello, insormontabile. Almeno per il momento. E provata l'ebbrezza della libertà, il pensiero di rimettere i tasti... no. La soluzione fu semplice. Una matita. Appena a lato della tastiera, proprio sull'angolo che vedo solo io, ho fatto piccoli punti. I riferimenti per trovare i suoni. Almeno per non perdersi ogni volta, riuscire a dare continuità al suono.. almeno, e soprattutto, se insieme ad altri. Una piccola sbavatura può essere perdonata se si è da soli, ma una stonatura con un altro strumento sarebbe terribile. 

E' vero che con la steel si possono lavorare le note in due modi: correndo lungo la tastiera, oppure premendo sulle corde. premendo, si aumenta leggermente la tensione facendo salire l'intonazione. Anche in questo caso tutto è puramente ad orecchio, ma è un buono strumento per aggiustare le imperfezioni. Suonare con i puntini è stato come ritrovare la torre di controllo di un aereoporto. In pochi minuti tutto era cambiato. Adesso, potevo suonare quasi normalmente. I puntini sulla tastiera non erano proprio il massimo della bellezza, lo devo ammettere. Però funzionavano. 

C'era il problema del buco in mezzo. Dove potevo mettere i punti di riferimento. Ok, per il momento, quella sarebbe stata la black zone. Black, perchè si andava al buio.. senza riferimenti. Non molto ampia, ma abbastanza scomoda e fastidiosa. Stavo pensando di rendere i puntini qualcosa di coreografico, di usarli per inserire degli elementi grafici allo strumento. Ma per il momento ancora non ho fatto nulla in termini di design.. ci penserò... e per il pezzo mancante di tastiera? .. questa era la domanda vera. 

Appoggiare sul legno del corpo una sottile tastiera in legno, incollandola, potrebbe essere una soluzione. Anzi, al momento l'unica soluzione che mi viene in mente. Darebbe continuità a tutto. 


Potrebbe essere una soluzione. Appunti per la prossima chitarra: prendi le misure, pensa prima al progetto concretamente ..poi inizia a tagliare. 

Quando hai un buco, non lo riempi più. 

Ma se decidi che i tasti non li vuoi, anche se sarà più difficile: non metterli e basta.

venerdì 5 aprile 2013

Il Blues e la chitarra.. o meglio: il senso della vita


il blues non è fatto di suono. Il blues è fatto dal silenzio che si nasconde tra una nota e l'altra. perché chi solo riesce a cogliere, anche inconsciamente, il silenzio che nasconde un blues, lo può apprezzare davvero. Il blues è fatto di silenzi. E' nato dalle voci di chi non poteva parlare, se non attraverso una canzone. E non è fatto di nomi o di classifiche. Il blues non è in una playlist. Non lo si valuta per il numero i copie vendute. Lo si suona e lo si accolta da soli. Lo si suona e li si ascolta con amici. In ogni caso, anche quando si è da soli, con il blues non lo si è mai. Perché quando si condivide una passione, o un sentimento, non è importante né il quando, né il dove. Può essere stato scritto venti o cinquanta anni prima. Può essere suonato a mille chilometri di distanza, o proprio dalla chitarra a pochi passi. Il blues è stare insieme, al di là del tempo e dei luoghi. Il blues è un popolo che non ha regione né nazionalità. Non ha colore, razza, lingue. Non ha un volto. ognuno gli da il suo. E, se è vero, è perfetto. Il blues è una legge non scritta, di chi quella legge ce l ha nel cuore. E non la si impara: o la sia ha, o no. Il cammino per apprenderla è lungo, infinito: il blues ha sempre una storia da raccontarti. Quando inizi ad ascoltarlo, vibra l'anima. Ed è una sensazione che non dimentichi. mai, mai più. Chiunque lo ama, ti potrà raccontare il suo "primo pezzo". la "prima volta". quando ha sentito quel brivido che gli avrebbe cambiato la vita. Poi c'è chi lo insegue, chi lo rincorre. Chi lo  tiene in una angolo della mente. e chi ne ha paura. ma una volta che hai sentito quella sensazione, la vita cambia. ed è come entrare in un mondo parallelo: di qua, la vita.. o, meglio: la sopravvivenza. Giorno dopo giorno, alba dopo alba, cercando un tramonto o forse un nuovo mattino. di là, quella sensazione che non riesci a raccontare,al di fuori del tempo. 

Quando inizi a costruire una chitarra, senti dentro quel brivido. Come la prima volta in cui hai suonato il blues. E il tuo unico pensiero è riuscire a costruire, ricreare, la stessa cosa. Sai che non ne hai le capacità, la tecnica, i mezzi. Spesso, non ne hai nemmeno il tempo. Eppure, hai un obiettivo: non sai cosa stai cercando, eppure lo senti. Poi, quando la prima volta si accende un microfono,e quel maledetto suono esce, entri in quella dimensione parallela: quella è la sensazione che stavi cercando, quello è il brivido che senti correre lungo la schiena. la mente ti porta alla realtà: è solo l 'inizio, ci sono tante altre cose da sistemare. Accordatura, tasti, meccanica, amplificazione. Va bene tutto, ma sono technicalities. la mente prova a prendere il sopravvento e farti tornare alla realtà, trasformando il tuo strumento in uno strumento. ma è molto pi di quanto possa sembrare, anche se suona male. anche se è solo l'inizio del cammino. 
Quella è il blues: il brivido che ti porta oltre, che ti fa sognare. E quando lo senti, non importa se sei sul Mississipi, a Padova o in qualunque luogo.. se è il 1902 o il 2013, non importa. Quella sensazione, quel brivido, è quello che ci accomuna. Che ci rende parte di un popolo che non ha territorio, tempo, luogo. Quello è il blues, il tatuaggio impresso nel cuore di chi ancora ha un sogno.

venerdì 22 marzo 2013

Il cuore. Il Pick up






Quando accesi la chitarra per la prima volta, attaccando il pick up al filo ancora sospeso dell'amplificatore, fu una sensazione incredibile. Quando poi le aggiunsi altre corde, il ponte (bottiglia) e la meccanica, un nuovo brivido. Ma ancora era uno strumento a se stante, viveva in un limbo di suoni tutto suo. Era arrivato il momento della grande prova, della verità: era arrivato il momento di capire se quello che avevo fatto sarebbe rimasto a se stante, o sarebbe diventato uno strumento vero. 

C'era solo un modo per scoprirlo: farlo suonare insieme ad altri strumenti, su una canzone vera. Quella sarebbe stata la prova del fuoco. Dura, ma necessaria. Accordai maniacalmente ogni corda, facendo tutte le prove che le meccaniche reggessero. Presi il mio computer, un loop in 4/4 di percussioni, e la mia chitarra - vera - per un giro di accordi blues. Non erano necessari fraseggi complessi, sul blues c'è la verità: o funziona, o non funziona. Tutto il resto sarebbe stato un contorno. 

Dopo aver registrato la base, mi accorsi che la chitarra vera era leggermente scordata. Ma avevo fretta di provare, ormai avevo già fatto il giro di prova e i motori erano a pieno carico davanti al semaforo di partenza. Non avrei retto un nuovo giro per la base. Scordai la mia steel preparata. Attaccai il jack all'amplificatore ( togliendolo dalla chitarra vera.. e già da lì sentii la differenza tra il suono della mia, grezzo e sporco, e quello corposo e pieno delle vera) e mi preparai. Nei due minuti successivi avrei avuto la risposta. Feci partire la base, primi due giri a vuoto di percussione. Poi l'entrata della base. Appoggiai lo slide sulle corde, timidamente - e stupidamente, quasi lo facessi per non far sentire nemmeno me stesso.. visto che ero solo nella stanza dove vivo - sfiorai le corde per accertarmi che fosse tutto acceso e che l'elettronica funzionasse. 

Avevo puntato sulla tastiera i riferimenti (ancora non era pronta la tastiera vera.. in pratica sul bordo del legno, a matita, mi ero segnato dove più o meno potessero essere i tasti) e cominciai. Il primo riff fu abbastanza drammatico: avevo talmente paura del risultato, che non beccai nemmeno una nota. Statisticamente difficile, quasi impossibile. 

Il secondo andò un po' meglio: diminuii notevolmente il numero di note che volevo suonare, concentrandomi su quelle base. Dove volevo andare? nemmeno sapevo suonare e già pretendevo di fare il virtuoso? Poi sciogliendomi le cose andarono sempre meglio. Dovetti suonare qualche volta l'intero pezzo prima di prendere un po' di confidenza con lo strumento. E finalmente, uscito dal panico da prestazione, iniziai ad ascoltarlo. E funzionava. Diavolo, se funzionava. Quello che successe dopo fu stupendo. Venni preso da una sorta di raptus musicale, non riuscivo più a smettere di suonare. e quanto era divertente! La mia chitarra, quella che avevo costruito io.. sì, proprio lei, riusciva a stare vicino ad una chitarra vera! a seguire un ritmo! rimanere accordata! Non ci potevo credere. 

Da quel momento smisi di chiamarla "Baracchino", come la chiamavo affettuosamente. 

Ma ancora non ho trovato un altro nome. 

lunedì 18 marzo 2013

Questione di dimensioni: il plettro




Le dimensioni nella vita non sono tutto, come disse qualcuno. Quando si suona la chitarra c'è un elemento che raggiunge livelli quasi di sacralità. Il plettro. un piccolo oggetto di plastica, più leggero di una nocciolina. Eppure rappresenta il cuore di tutto. E' lui che costruisce il suono. Ogni chitarrista ne ha tanti, molti li collezionano. 

Per qualcuno la ricerca del plettro perfetto diventa una ossessione. Nella vita di ognuno sono passati per le mani migliaia di pezzi eppure.. ce ne è sempre uno speciale, quello che si tiene in tasca, nel portafolio, nel fodero della chitarra. E lo si usa in occasioni speciali, spesso da soli. Spesso ricorda una esperienza.. il primo concerto, il luogo dove lo si ha comprato, una festa o un evento.. oppure è stato regalato da qualcuno di speciale. 


Quando ho provato per la prima volta la mia chitarra, ho scelto anche il plettro con cui darle il battesimo. Ho un piccolo sacchetino in tessuto dentro il quale li conservo. Penso fosse un porta-zippo di un vecchio zaino che avevo. Quando ancora gli Zippo andavano di moda. Ho ancora il primo plettro che ho comprato, che mai - miracolosamente- ho perso. L'ho smarrito diverse volte, ma alla fine è sempre tornato. Poi ne ho uno di Steve Vai, che aveva lanciato dal palco durante un concerto. E uno dei Metallica. Lo so, è tutto molto infantile, ma sono bei ricordi. Ne ho un paio comprati in giro per il mondo, un paio che avevo suonato in occasioni particolari. E poi un sacco con forme e colori strani perchè - anche io- per un certo periodo sono precipitato nel buio del collezionismo. Non era semplice scegliere il primo, sarebbe stato quello che per sempre avrebbe rappresentato l'inizio. E non mi andava di prenderne nemmeno uno nuovo.. Troppo semplice. Nel vuotare il sacchetto mi cadde sott'occhio qualcosa che non vedevo da tempo. 

Andando in America, a Memphis, tanti e tanti fa.. davanti ai Sun Studios avevo fatto quello che si può definire l'"essere turista medio". In una macchinetta avevo schiacciato ( a caro prezzo!) una moneta da 5 cent ed era diventata una piccola medaglietta dei Sun Studios. So che è estremamente kitch, però era divertente. Mi ero anche dimenticato ( o avevo rimosso) di averlo fatto.. e non ricordavo fosse lì. Era perfetta, proprio quello che mi serviva. mai usata prima, simbolo di qualcosa che mi aveva commosso.. e soprattutto - come la mia chitarra non era una chitarra vera - quello non era un plettro vero. Provai ad usarlo sulla mia chitarra normale, il suono così metallico aveva un sapore strano. Ma nel complesso non era male. Le lavorazioni, poi, lo rendevano comodo e non scivolava dalle dita ( mio grande problema da sempre). 

Sarebbe stato perfetto. 

Il suono, quando lo provai,era come lo avevo immaginato: estremamente metallico, aggressivo.. e mi piaceva. Sicuramente - poco dopo ne presi uno in plastica normale -

venerdì 15 marzo 2013

La scelta. Il Dubbio. Il dramma. Le corde




Le corde della chitarra sono un oggetto strano. Un mondo a se stante. Solo chi ha vissuto l'esperienza di andarne a comprare una muta può capire quello che sto scrivendo. Sul mercato oggi ne esistono milioni di modelli. Di ogni dimensione, marca. Molti dei più importanti chitarristi hanno fatto corde a proprio nome. Quanto sia passione, e quanto sia marketing, non so. ma poco conta. 

Non so se oggi sul mercato ci sono più tipologie di corde di chitarra, o rubinetti per i bagni. Sembra un paragone folle, è vero. 

Mi è capitato un po' di tempo fa, quando ho messo su casa, di dover scegliere anche i rubinetti dei bagni. pensavo di entrare in un negozio, vederne qualche modello, valutare il prezzo.. comprarli, e uscire. Pensavo non sarebbe stato così complesso. Ma di tipi di rubinetti ce ne sono milioni, talmente tanti da rendere praticamente impossibile la scelta. E di ogni modello, almeno dieci versioni diverse..e la possibilità, per ognuna di esse, di essere adattato alle proprie esigente. .. E detta coì è già molto più semplice di quanto si possa immaginare. 

Quando mi sono trovato davanti allo scoglio dei rubinetti, mi è sembrato di tornare indietro nel tempo, quando andai per la prima volta a comprare delle corde della chitarra. Ero un bambino, abbastanza basso da non poter portare la chitarra a mano altrimenti con la fodera toccava terra. e così o mi distruggevo il braccio ( la chitarra, pesa!) oppure mi inventavo strani modi per metterla a tracolla. Era una chitarra classica, una sorta di cassetta della frutta con sei corde, ma per me era il massimo. E nei miei ricordi lo è ancora. 

Un drammatico giorno mi si ruppe una corda. nessuno mi aveva detto che a volte succede, se sono troppo vecchie.Per me era stato un dramma. Superato lo shock decisi di andare nel negozio dove l'avevo comprata e comprarne un'altra. Avrei potuto aspettare il lunedì successivo, giorno in cui avevo lezione, per capire cosa fare.. ma non avrei mai aspettato così tanto tempo. Per fortuna appena entrato il commesso mi riconobbe e fu subito da me. Allora pensavo che bastasse entrare e dire - mi si è rotta una corda, me ne da un'altra? - Non dimenticherò mai il sorriso beffardo del ragazzo. Era stato come dare una dose di sangue a Dracula. Prima mi fece una lunga pantomima sull'importanza delle corde, poi sulle dimensioni ( che non ricordo perché dopo dieci secondi di spiegazione, già mi ero perso). Poi mi interrogò sugli stili che suonavo, quali canzoni, con che tecniche. Io sapevo fare solo pochi accordi, e il mio mondo finiva lì. Poi mi fece aprire la chitarra per vedere quali corde avevo su. Ripensandoci adesso, se le corde erano coerenti con la chitarra.. non oso nemmeno pensare che filacci di ferro potessero essere! Poi cercò a lungo nei cassetti del negozio per cercarne una simile alla mia. Risultato: purtroppo quella marca era terminata. C'era una unica soluzione: cambiarle tutte. e già che erano vecchie, sarebbe stato necessario in ogni caso. 

Studiò attentamente le corde, prese un sacchettino di plastica con foglietti azzurri dentro e mi disse - queste sono quelle che fanno per te -. ovviamente non mi spiegò come si cambiassero, né cosa avessi comprato davvero. presi il pacchetto, pagai e -timido - tornai a casa. Dovetti aspettare fino al lunedì per farmi spiegare davvero quali fossero le differenze, e come si montassero. ma quella fu una delle lezioni più belle: ormai la chitarra era mia, davvero mia. Sapvevo badare a lei, non c'erano più segreti. 

Quando si costruisce una chitarra, uno dei pensieri è - quali corde metterò? - perché da esse dipende gran parte del timbro del suono, e molto altro. Mentre costruivo la mia, in realtà, ho sempre utilizzato corde di scarto, quelle che avanzano da vecchie mute non utilizzate, o addirittura da vecchie chitarre quasi dimenticate. Quando ero sul punto di terminare la chitarra, mi venne la tentazione di cambiarle. Così, per avere tutto nuovo. Ma ormai mi ero affezionato anche a loro, e da allora ho deciso che le cambio solamente quando si rompono. Devono essere loro a decidere che è ora, non io. 

E fino ad adesso mi sono trovato benissimo.

Se adesso dovessi comprare un altro rubinetto, però, ancora non saprei da che parte cominciare.

lunedì 11 marzo 2013

Lo specchio di te stesso







La chitarra che costruisci diventa lo specchio di te stesso. 
Anzi, peggio. 
Perché lo specchio ti mostra come sei in quel momento, ma se vuoi puoi cancellarlo il giorno dopo. 
Riguardando la mia chitarra riesco a rintracciare lo stato d'animo di ogni giorno da quando ho cominciato. 

Ci sono stati giorni in cui ero teso, altri in cui ero felice. Ci sono state sere in cui ero stanco, e altre con energia da regalare. E ognuno di questi momenti si è trasformato, inconsciamente, nel modo in cui lavoravo il legno. 
Ogni colpo è rimasto indelebile nel legno, scolpendo me stesso. Forse il risultato che ho davanti è il bilancio di questo periodo. Bello, complesso. Intenso. E quando te ne accorgi - a me non è capitato subito, anzi.. c'è voluto un bel po' prima che me ne rendessi conto - ti appare tutto all'improvviso. 

Come se il legno ti volesse parlare, e diventasse la tua memoria storica. Non la memoria razionale, quella fatta di ricordi. la memoria emozionale, quella che nemmeno mi ero accorto di poter avere. E non servono altre parole, ti racconta lui stesso la tua storia. 

Ti accorgi che non sei tu che stai facendo qualcosa, ma all'improvviso ti senti attore di una commedia alla quale non sapevi di essere parte. Una commedia nella quale non c'è un copione, ma che puoi rivedere attraverso la tua chitarra. Nessun giudizio, nessuna parola. 

Lo osservi come lui sta osservando te. 

Il migliore degli amici, o il peggiore nemico. 

Sicuramente, non mente. 

martedì 5 marzo 2013

L'odore del legno



L'odore del legno è qualcosa che ti entra dentro, e rimane. 

Puoi dimenticare tutto, ma non quel profumo. Ogni pezzo è una esperienza a se stante. Il profumo ti avvolge, ti abbraccia. Se poi decidi di fare la tua chitarra provando ad utilizzare il meno possibile strumenti elettrici, godi ancora di più. Lavorare il legno porta la mente in una dimensione parallela, mistica. Come un lento cammino. Io ho costruito il corpo all'aria aperta, nelle sere d'estate. 
I minuti, le ore, scivolano via alla velocità della luce. Eppure tutto sembrava scorrere così lentamente! Alcune sere arrivano alla fine e pensavo - ma in tutto questo tempo ho fatto solo questo? - .. - non è servito a niente -.  - se vado avanti così non finirò mai.. mai! - e mi arrabbiavo. Perché la vita di tutti i giorni, la frenesia, l'ansia del finire tornava nella mente come una bomba ad orologeria pronta ad esplodere. Ma poi sentivo che il segreto era tutto lì: per un attimo potevo fare quello che volevo, e avevo fatto come avevo voluto. 

Nessuno mi chiedeva di consegnare un lavoro, nessuno - o quasi - sapeva nemmeno che lo stavo facendo. Avrei potuto passare la serata a guardare la tv o fare altro, eppure quella era la mia scelta. nessun vincolo. Potevo fare la mia chitarra in un modo o nell'altro. lasciarla a Metà. Spezzarla in due. Nessuno lo avrebbe mai saputo.. e forse a nessuno sarebbe nemmeno importato. 

L'odore del legno racchiudeva quell'attimo di libertà estrema. 

E se l'andare piano a volte sembrava un problema, poi l'arrivare verso la fine lo era altrettanto. 
Il traguardo non era sinonimo di ferità, se il cammino era così bello. Ed ogni volta che sentivo di arrivare vicino alla meta, inventavo qualcosa di nuovo. per migliorare. per non finire mai. Per non perdere la sensazione del profumo del legno. Perché non farne semplicemente un'altra, allora? Chiudere il progetto e ricominciare dall'inizio? E' vero, poteva essere una opzione. E spesso ci ho anche pensato. Ma ormai a quel pezzetto di legno mi ci ero affezionato. Gli avevo regalato un pezzo di anima, e lui la sua. Mi sarebbe sembrato quasi un tradimento. Stupido? Provate voi ad abbracciare un pezzo di legno, scolpirlo, lavorarlo. 
Sentirete che là dentro c'è qualcosa di vivo, che vi tiene legati. 

E da cui, poi, non vorreste mai staccarvi.

giovedì 28 febbraio 2013

Non un messaggio ma.. un suono nella bottiglia



Il bello di costruire una chitarra è che vale tutto o niente. 

Si può provare, sperimentare. Inventare. Ok, la maggior parte delle volte sono tentativi a vuoto. Però è divertente anche per quello. Avere il lusso di poter sbagliare, ormai, è raro. Il suono era quello che mi preoccupava di più. Dare alla mia chitarra un timbro unico. Quella cosa per cui basta sentire una nota, anche di una canzone che non si conosce, e dire – sì sono sicuro.. il suono è quello -. 

Avevo provato diverse soluzioni, addirittura mettendo un microfono proprio dentro la bottiglia. Era affascinante pensare che dal cuore della bottiglia partisse tutto. Un esperimento nuovo, qualcosa di ancora non visto. Un piccolo microfono, come quelli che si attaccano alle cuffie, era stata la soluzione. Infilandolo dentro avrebbe captato il suono. 
Purtroppo però l'idea non è stato come avessi immaginato: il rimbombo rendeva ogni vibrazione solo rumore, e il vetro un timbro freddo. 
La soluzione del normale pick up ancora la scelta vincente. Peccato, se avesse funzionato sarebbe stata una ulteriore peculiarità del mio strumento. ma non si può avere tutto dalla vita.. un passo dopo l'altro. 

..ed eccolo qui, il pick up: sembra impossibile, ma funziona!

martedì 26 febbraio 2013

E' quasi una magia


Alla fine, ecco qui di cosa sto parlando. 

Dopo i primi post mi sembrava giusto far sentire (oltre che vedere) ciò di cui sto parlando. 
La registrazione è un po' vecchia, fatta in una camera d'albergo. E la chitarra sotto, di accompagnamento, giusto una scusa per dare una continuità..però..però.. sarà che ormai ci sono affezionato, ma anche se alcuni passaggi non sono precisi, mi piace un sacco risentire questo pezzettino. 

E' la magia della musica, che porta fuori dal tempo. Succede a tutti, nessuno escluso. Ogni volta che si risente una canzone, ritorna in mente un attimo, una situazione. E ad essa si riassocia la stessa emozione. Non so se capita spesso, a me sì. 
E ogni volta che risento questo pezzo, non lo sento con le orecchie vere (se lo facessi penso lo avrei già cancellato mille volte!) ma con la sensazione di quando l'ho registrato. E' una cosa bella, che spero possa arrivare.. poi se ci si ferma sulle singole note.. vabbè. lasciamo perdere. Non tutto può venire subito perfetto al primo colpo, no??? 

C'è anche un elemento fondamentale nel'insieme, di cui ancora non ho detto nulla..ma che penso meriti una storia a sé.. ed è l'amplificatore. Ne ho postata una foto appoggiandolo sul pc per far vedere quanto è piccolo.. piccolo, ma pieno di cuore.Praticamente lo si può mettere in tasca, e ovunque si suona. Un miracolo. 
La prima volta che ho attaccato il pick up, i collegamenti, e ho acceso l'ampli.. e ha funzionato… la chitarra ha preso vita. Il legno è il cuore, le corde la voce..e l'ampli i muscoli.

Però non voglio scrivere oltre. Il minuto che sarebbe stato di lettura.. oggi è di ascolto. Come disse qualcuno - è quasi una magia -

lunedì 25 febbraio 2013

L'idea


Quando ho iniziato a costruire la chitarra avevo due obiettivi: che la potessi costruire dall'inizio alla fine, ricorrendo a pezzi prefatti unicamente dove necessario. Sarebbe stato troppo difficile costruire un pick up. o le meccaniche. Ma tutto il resto doveva essere vero, originale, fatto da me. Anche se ciò avrebbe comportato molto piu lavoro, molta più fatica. Ossia, molto piu divertimento.

Non avevo idea di come fare. Nulla. Mai preso in mano, praticamente, uno scalpello. Mai tagliato un pezzo di legno negli ultimi venti anni. L'ultima volta era stato da bambino quando, con il coltellino, scolpivo legnetti. Dopo, nulla. Ma soprattutto mi serviva una idea, volevo che fosse unica. Qualcosa la doveva rendere speciale, solo mia. Senza complicarmi troppo la vita.


Bastava un particolare, per renderla unica. Non la forma, troppo semplice, tantomeno il colore. Il numero di corde, o qualche accessorio. Sarebbe stato un semplice barocchismo. Sì, avrei lavorato anche su quello, ma non era quello che mi serviva, di cui avevo bisogno. Lavorando nel mondo della birra, uno degli oggetti che più spesso mi capita di avere sono le bottiglie. Di ogni forma, colore, dimensione. Avevo pensato di utilizzare una bottiglia per suonare, al posto dello slide.. come facevano una volta, tanti anni fa ( prima che inventassero gli slide che si usano oggi.. ) .. poi però mi venne una idea: e se il suono nascesse proprio dalle corde e dalle loro vibrazioni con la bottiglia? Se diventasse parte vera dello strumento, sorgente di suono?

Il passaggio fu poi semplice: infilai la bottiglia sotto le corde. e in un secondo, quello era il mio ponticello. Perfettamente liscia, prefettamente tonda, perfettamente dritta. Solo troppo profonda: le corde rimanevano sospese nel vuoto, oblique rispetto all'asse. Che suonassero, era già un passo avanti. Che rimanessero ferme, un altro. Il suono, poi, filtrato dal vetro e con il rimbombo della bottiglia, interessante. Un altro pezzo artigianale, non avrei avuto bisogno di comprarne uno già fatto.

Rimaneva il problema delle corde: cosi sospese, non sarebbero state facilmente suonabili. C'era una unica soluzione: se non si potevano abbassare le corde.. o alzare la tastiera.. bisognava abbassare la bottiglia! Lo scalpello fu ciò che poteva aiutarmi. Scavare nella cassa un profilo della bottiglia, inserirla dentro quanto bastava per rendere le corde parallele. Fossi stato capace di fare un taglio lungo tutto il legno perfettamente circolare, sarebbe stato facile. E, soprattutto, farlo mantenendo la bottiglia in linea con il resto della struttura.

Il pensiero poteva anche avere un senso, la sua realizzazione, no.